Lo spazio vuoto del cuore
È uno spettacolo che conduce il pubblico a raffrontarsi con la realtà di un problema, la segregazione volontaria, che ad oggi riguarda circa un milione di giovani giapponesi e che si sta rapidamente diffondendo come un virus anche in occidente, soprattutto in Italia.
| Cosa |
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|---|---|
| Quando |
07/02/2012 21:00
al 18/02/2012 21:00 |
| Dove | Fondazione L'aliante onlus |
| Persona di riferimento | Tiziana Versace |
| Recapito telefonico per contatti | 0289420850 |
| Partecipanti |
Uno spettacolo di Mimmo Sorrentino Interpretato da Mattia Colombo e Valentina Cova |
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Paolo, 27 anni, vive da anni segregato nella sua casa e non permette a nessuno di entrarvi. Per evitare l’atrofia della lingua e delle corde vocali ogni giorno, per trenta minuti, si collega alla rete
con la WebCam ed intrattiene un monologo con un interlocutore sconosciuto, senza accettare alcun commento o domanda.
“Lo spazio vuoto del cuore” è testo nato da una ricerca effettuata sul campo e attraverso lo studio di un fenomeno, la segregazione volontaria giovanile, che sfugge alle statistiche, nonostante la sua dilagante diffusione.
Dalla ricerca è emerso che le modalità con cui la segregazione avviene di solito sono per tutti le stesse, ossia si sostituisce la vita reale con quella virtuale.
La segregazione volontaria dei giovani è il sintomo di una patologia propria del nostro tempo: il narcisismo. Il narcisismo paralizza. Riduce il futuro a un’angoscia sopportabile solo attraverso la sua rappresentazione.
Per questi motivi ho scelto di raccontare di un hikikomori che rappresenta la sua condizione attraverso il web. Non si tratta di teatro nel teatro. Paolo, il protagonista, non fa “teatro”. Lui eleva il suo corpo, la sua vita, la sua intelligenza a opera d’arte fine a se stessa. Così il narcisismo si manifesta in tutto il suo potere seduttivo, creativo, distruttivo. Per questi motivi il pubblico non vedrà la rappresentazione se non quando si manifesterà in tutta la sua evidenza. Allora si riconoscerà impotente davanti al manifesto disagio giovanile, ma è proprio questa ammissione di impotenza, di dolore che permetterà di riconoscersi nella narrazione e aderire alle ragioni esistenziali di chi la racconta.



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